Dopo aver vinto l'Orso d'Oro a Berlino per La sposa turca Fatih Akin presenta in concorso a Cannes la sua seconda opera di una trilogia. Se il tema del precedente era l'amore in questo caso è la morte.
Si racconta di tante cose, ancora con protagonisti tedeschi, di origine turca e non, sono sei, tutti "ersatz", stranieri, con un viaggio nella patria dei genitori di Akin nella parte conclusiva.
Un discreto film, seppure un passo indietro rispetto a La sposa turca, convince soprattutto nella mezz'ora conclusiva, nella quale la capacità di raccontare con sensibilità riemerge dopo una parte centrale in cui aveva affrontato anche temi politici, raccontando di una ragazza impegnata nella sinistra comunista contro il governo turco, dimostrando di avere meno dimestichezza e mettendo in scena alcune ingenuità di troppo.
Si parla di rapporto fra cristiani e islamici, della Turchia in Europa. Ma riesce meglio quando parla dei rapporti fra genitori e figli, della loro insicurezza e incapacità a trovare una collocazione nel mondo, e quando nella parte conclusiva ci porta in viaggio ci facciamo portare, commossi e rapiti.
Una nota di merito per i bravissimi attori, poco noti quasi tutti a parte Hanna Schygulla, grande attrice tedesca (tra gli altri di Fassbinder), che nel ruolo della madre che vede partire la figlia alla ricerca dell'amore per un'altra ragazza, una "rivoluzionaria" turca, ben rappresenta tutta la Germania, con le sue diffidenze, ma anche con i suoi slanci.

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