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20 maggio 2007

20 maggio 2007

Kim Ki Duk vaso di coccio

Fosse in Kim Ki Duk sarei molto incazzato col Festival di Cannes, e non è detto che non lo sia anche lui, che ieri alla presentazione ufficiale del film non è salito sul palco e non è stato presentato.Breath_1
Infatti il suo film, Breath, è stato presentato nel giorno degli U2, di Michael Moore, di Di Caprio, dei Coen. Risultato: nonostante fosse in concorso gli è stata concessa una unica proiezione stampa, in una sala assai piccola. Decine di persone rimaste fuori, molti anche con accredito iper privilegiato (tra cui il sottoscritto).

Il vostro scriba, però, Kimmiano della prima ora, si è avventurato alla proiezione ufficiale, nonostante il tentativo ulteriore della polizia e della sicurezza di render il più possibile complicata la visione del film alla stampa.

La storia è quella di una coppia insoddisfatta, che non comunica. Lei vede alla televisione del tentativo di suicidio di un condannato a morte. Una sera si farà portare da un taxi al carcere, lo vedrà e da lì inizierà un toccante rapporto, con lui muto a causa dei postumi delle ferite. Lei si aprirà, non poco.Breath_2

Un buon film, più controllato, anche visivamente, rispetto ad altri film di Kim ki Duk. Tenero e non preoccupato per il realismo della vicenda, il film racconta ancora della prigione in cui non solo il condannato, ma anche tutti noi viviamo quotidianamente.
Mi sembra la stampa italiana ne stia però forse un po' sopravvalutando le qualità.
Simile nei silenzi a Ferro 3 non ne possiede però la potenza visiva ed emotiva

Incesti e sparizioni

Qualche appunto più vario del solito:

Fra i film "scandalo" di un'edizione da questo punto di vista piuttosto trattenuto è stato Savage Grace, presentato alla Quinzaine. Storia vera del figlio di un ricchissimo ereditiero e di un'arrampicatrice sociale, del suo rapporto morboso con la madre e della tragedia finale che è stato un evento di cronaca nera che sconvolse l'America.
Savage_grace_1
La madre è una Julianne Moore sicuramente convincente. Il problema è che il film è un noioso, patinato affresco in costume senza picchi e con qualche sterzata verso lo "scandalistico" francamente inutile e anche lì annacquato nel patinato.
Su tutte una scena in cui si compie un rapporto sessuale fra madre e figlio che si conclude con una masturbazione finale da parte della madre "premurosa".

Invece in concorso è stato presentato un film israeliano, Tehlim, salmi.
La storia di una famiglia a cui improvvisamente sparisce in circostanze misteriose il padre in seguito ad un incidente stradale. La madre e i due figli reagiranno in maniera diversa, appoggiandosi o meno all'ortodossia ebraica seguita dal padre e dal nonno.
Tehlim Poco incisivo, a tratti sembra promettere qualcosa che poi purtroppo non giunge mai

A ciascuno il suo cinema

Eccolo presentato, allora, questo tanto segreto omaggio al cinema e ai 60 anni del Festival di Cannes. Scrivo queste note proprio mentre accanto alla sala stampa stanno passando molti dei 35 registi che hanno realizzato i 33 film (ci sono i fratelli: Coen e Dardenne) che costituiscono questo film collettivo.
Il tema: la sala cinematografica.

2 ore volate via con piacere, divertimento e commozione. Ovviamente il livello è disomogeneo, ma gli unici proprio bruttini sono forse due: quello diretto da Gitai e quello diretto da Cimino.

Il Nanni nazionale si è fatto riprendere in tante sale romane mentre racconta ricordi sparsi di film visti, ovviamente a modo suo. Molto carino.

Un aspetto affascinante è vedere sale, esperienze e sensibilità così diverse una dall'altra, così, a raffica... con tutti i sei continenti rappresentati.

Interessante inoltre provare a riconoscere dallo stile, dall'ambientazione, chi fosse il regista (svelato solo alla fine). Il più riconoscibile senz'altro Kaurismaki.

Fra i più godibili, oltre al citato Moretti, Von Trier, che dà sfogo alle frustrazioni di tanti di noi interpretando in prima persona una spettatore che uccide a colpi di martello (scena iper splatter) un vicino di posto che non si sta zitto un secondo; Kitano, che è un goffo proiezionista che rovina le pellicole (dei suoi film!); i Coen che raccontano di un cow boy (Josh Brolin, chiaramente uscito dal set di No Country for Old Men) alle prese, in un cinema texano, con la scelta fra due "art movies"; Polanski, con uno spettatore di Emmanuelle che non trattiene il suo "entusiasmo" per le prestazioni erotiche mostrate nel film; Elia Suleiman e Walter Salles.

Attrice Bruni Tedeschi

Dopo E' più facile per un cammello... torna Valeria Bruni Tedeschi con il suo secondo film da regista. Non si dica che si tratta di un film italiano, per cortesia. Come per La ricerca della felicità solo il regista è italiano, anche se come formazione più francese.
Bruni_tedechi_1
Con Actrices sembra confermare come la realizzazione di un film per lei sia una seduta di psicanalisi. Autobiografismo a piene mani: interpreta la stessa Bruni Tedeschi un'attrice, insicura, nevrastenica, 40enne, in crisi, bambinona mai cresciuta, con una disperata voglia di maternità.

La sorpresa è che si tratta di una commedia molto fisica, in alcuni momenti quasi slapstick, con molto Allen e teatro nel cinema. E come Allen il modo in cui recita la Bruni Tedeschi divide radicalmente.
Se non vi dà troppo fastidio in fondo troverete il film piuttosto divertente, molto più compiuto registicamente dell'esordio.

Vale però il discorso fatto per Les chansons d'amour: è un film parigino che più non si può, con tanto di consueto contesto borghese intellettuale.Bruni_tedechi_2
Molti applausi a fine proiezione.

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