Finalmente è arrivato il momento di Michael Moore. E chi poteva essere protagonista del primo fotogramma se non la sua nemesi, sua presidenza George Bush?
Tanto si è parlato della schiera di avvocati a difesa di Moore e a film visto direi che ne avrà bisogno.
Il film è puro Moore, fazioso, manicheo, scorretto, manipolatore. Utilizza le stesse armi di chi critica, è un geniale uomo marketing. Ma una cosa mi sembra cruciale, è un comico, usa l'ironia e le armi della satira, che per sua natura destruttura la realtà in atomi che poi fa esplodere plasmandoli per i suoi scopi.
Non secondario è sottolineare come la sua è una crociata che ha l'enorme pregio di smuovere acque, torbide e fangose, con un messaggio che chi condivide non può che ritenere doveroso, in un mondo sempre più imprigionato nelle spiagge mobili dell'immobilismo.
Il film racconta del problema drammatico dell'assitenza sanitaria negli Stati Uniti.
Ma la trovata astuta è che non parla dei 50 milioni di americani senza assistenza, ma di come le società assicurative vessano in continuazione i 250 milioni che ce l'hanno, e magari anche pagata profumatamente.
Lo fa andando nel solito Canada, ma anche a Londra, e furbamente (pensando alla possibile presentazione a Cannes) in Francia. Il confronto serve a dimostrare l'inaduguatezza del sistema americano, in una prima parte meno riuscita rispetto ad una seconda scoppiettante soprattutto con l'analisi di alcuni casi di volontari dell'11 settembre, ammalatisi alle vie respiratorie e abbandonati al loro destino.
Con una trovata forzata, ma efficace, racconta come gli unici che abbiano l'assistenza sanitaria gratuita al 100% in America siano i prigionieri di Guantanamo Bay (territorio americano nell'isola di Cuba)
Proverà a portare lì i malati per farli curare, respinti li porterà nell'odiata Cuba, ottenendo efficente assistenza gratuita.
Proprio a Cuba una delle donne malate, dipendente da un inalatore da 120 dollari, lo troverà in farmacia all'equivalente di 5 cent. E proprio questa scena, con la donna a cui cadono le braccia e contemporaneamente lacrime disperate per questa differenza che ritiene insultante è una delle scene maggiormente toccanti e riuscite.
Insomma, Michael Moore, lo si conosce, lo si ama o lo si odia, ma il film è più riuscito cinematograficamente di Fahrenheit 9/11
Emblematico del personaggio Moore è una scena verso la fine in cui racconta che il proprietario del maggiore sito anti-Michael Moore nei mesi scorsi ha rischiato di chiudere per poter pagare le spese mediche per la madre malata. Moore racconta di aver donato anonimamente 20.000 $ perché, dice: "in un Paese libero ciascuno deve essere libero di curare i propri cari e di criticare liberamente"...
Il signore in questione sa ora dal documentario chi fosse l'anonimo donatore.
Demagogico, manipolatore, ma anche divertente, commovente e a suo modo geniale
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